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Articolo inserito il 22-8-2009

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Corte di Cassazione, Sezione I, 5 giugno 2009

Argomenti trattati:
D.LGS 163.2006. Art. 132 (Varianti in corso d'opera)

(E' illegittima la pretesa dell'appaltante, di operare unilateralmente modificazioni del contratto, con significative riduzioni del progetto appaltato, e di imporle all'appaltatore)

SENTENZA N. 12980
1. Il D.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063, art. 30, disciplina, nel comma 1, la sospensione dei lavori appaltati per la sopravvenienza di una forza maggiore temporanea (come è stato accertato dalla corte territoriale, non viene qua in considerazione il secondo comma, che consente la sospensione per ragioni di pubblico interesse o necessità, e il punto non è stato rimesso in discussione). In ragione del predetto carattere, la sospensione non può protrarsi illimitatamente nel tempo, ma è giustificata solo sul presupposto della temporaneità dell'ostacolo, e della prospettiva di una ripresa dei lavori entro un termine ragionevole, che giustifichi la mancata risoluzione per impossibilità sopravvenuta e il sacrificio imposto al privato, al quale non è consentito nello stesso periodo di sciogliersi dal vincolo contrattuale. Il principio appena enunciato è stato già altre volte applicato da questa corte (si veda, tra le altre, Cass. 17 marzo 1982 n. 1728).

2. E' illegittima la pretesa dell'appaltante, di operare unilateralmente modificazioni del contratto con significative riduzioni del progetto appaltato, e di imporle all'appaltatore (tema che il ricorrente, peraltro, neppure affronta); sicchè legittimamente a quella pretesa si sottrae l'appaltatore, senza che in tal modo possa giustificarsi un capovolgimento delle responsabilità della stazione appaltante. Ne deriva che l'ordine illegittimo di riprendere i lavori con riguardo a quella sola parte ridotta che ancora corrisponde ad un interesse dell'ente, ma sul presupposto che il contratto dovrà essere sostituito da altro di contenuto diverso, non vale a far cessare la sospensione in precedenza disposta; e che il rifiuto di eseguire l'ordine illegittimo, da parte dell'appaltatore, non giustifica il prolungamento della sospensione, che deve essere imputato all'ente committente.


FATTO

Con atto notificato il 20 settembre 1993, la Di Giovanna Antonino & C. s.a.s., rappresentata da D.G.A., capogruppo delle imprese riunite Di Giovanna Antonino & C. s.a.s. e Impresa G. I. (nel seguito: società), citò il comune di Roccamena davanti al Tribunale di Palermo. L'attrice, premesso che le imprese riunite avevano ricevuto in appalto i lavori di ristrutturazione della (OMISSIS), e che i lavori erano stati sospesi con verbale (OMISSIS), chiese la risoluzione del contratto per gravi inadempienze e colpe precontrattuali e contrattuali dell'amministrazione convenuta, e per l'illegittimità della sospensione dei lavori disposta dall'ente, e la condanna del convenuto al risarcimento dei danni, con compensazione parziale dell'importo di 41.750.000, anticipato dal comune appaltante.
Con successivo atto di citazione notificato al medesimo comune, l'attrice chiese dichiararsi l'illegittimità della adottata Delib. Giunta Municipale 20 luglio 1993, di risoluzione del contratto a norma della L. n. 2248 del 1865, art. 340, per non avere l'appaltatore ripreso i lavori, sia pur parzialmente, come disposto con due ordini di servizio della direzione lavori nelle data (OMISSIS).
In entrambe le cause, riunite per connessione, il comune si costituì e resistette alle domande, chiedendo in via riconvenzionale l'accertamento che il contratto si era risolto per fatto e colpa dell'appaltatore, e la condanna di quest'ultimo al risarcimento dei danni.
Con sentenza non definitiva in data 18 maggio 1999, il tribunale dichiarò illegittima e priva d'effetti la Delib. Giunta 20 luglio 1993, di risoluzione del contratto, dovendosi ritenere legittimo il rifiuto delle imprese riunite di riprendere i lavori dopo la scadenza del periodo di sospensione legittima e senza che fossero venute meno le cause che vi avevano dato luogo,- dichiarò il contratto risolto per colpa del comune, e condannò quest'ultimo al risarcimento dei danni da liquidarsi in prosieguo di giudizio secondo i criteri di cui alla L. n. 2248 del 1865, art. 345, all. F. Con la successiva sentenza definitiva, in data 23 giugno 2001, il tribunale condannò il Comune di Roccamena al pagamento della somma di L. 16.000.000, oltre agli accessori, a titolo di danni.
Il comune propose appello in via principale, e la società appaltatrice in via incidentale. La Corte d'appello di Palermo, con sentenza in data 26 aprile 2004, respinse l'appello principale, e accolse in parte l'appello incidentale. La corte territoriale osservò preliminarmente che la difesa della parte appellante, basata sull'illegittimità della sospensione dei lavori, siccome determinata da gravi carenze progettuali imputabili esclusivamente all'amministrazione, era inammissibile, perchè contrastando un accertamento compiuto dal giudice di primo grado doveva formare oggetto d'appello incidentale, che invece non era stato proposto con riguardo a questa statuizione. Nel merito, era fondata la doglianza del comune, per il fatto che il tribunale aveva ritenuto soggetta a limiti di durata la sospensione dei lavori a norma del D.P.R. n. 1063 del 1962, art. 30, comma 1, com'è previsto per la sospensione di lavori per le ragioni indicate nel comma 2 della stessa disposizione;
e che la ripresa dei lavori fosse stata ordinata dall'amministrazione dopo la scadenza del termine. La corte ritenne nondimeno che il comportamento dell'appaltante fosse inadempiente agli obblighi contrattuali, per aver omesso di compiere di compiere l'attività dalla quale dipendeva la cessazione della causa di forza maggiore che aveva giustificato la sospensione. I lavori, cominciati il (OMISSIS), erano stati sospesi il (OMISSIS) per le condizioni di precarietà statica del muro di facciata della chiesa prospiciente la piazza oggetto dei lavori, e privo d'adeguate fondazioni, com'era emerso all'avvio dei lavori; ma il progetto di variante e lo schema di sottomissione, predisposti dalla direzione dei lavori, non erano stati sottoscritti dal comune, che aveva lasciato decorrere inutilmente il termine con il quale l'appaltatore lo aveva messo in mora per la ripresa integrale dei lavori, ed aveva dichiarato di aver abbandonato il proposito di realizzare la perizia di variante, intendendo approntare una nuova perizia prevedente una maggiore spesa, con un esubero eccedente il quinto d'obbligo. La corte, inoltre, accolse la doglianza dell'appellante incidentale, che lamentava la rivalutazione della somma anticipata dal comune e conteggiata in parziale compensazione con il suo credito, trattandosi di debito di valuta.
Per la cassazione della sentenza, notificata il 24 maggio 2004, ricorre il Comune di Roccamena, con atto notificato il 6 luglio 2004, articolato in quattro mezzi d'impugnazione, illustrati anche con memoria.
L'appaltatore resiste con controricorso notificato il 10 settembre 2004.

DIRITTO

Con il primo motivo il comune ricorrente denunzia la contraddittoria motivazione della sentenza impugnata su un punto decisivo della controversia. Dopo aver accertato la legittimità della sospensione dei lavori per causa di forza maggiore, e aver precisato che, diversamente da quanto in proposito affermato dal tribunale, tale sospensione non è soggetta a termini di durata prefissati dalla legge, sicchè solo dopo il venir meno della causa giustificativa della sospensione (costituita nella fattispecie dal pericolo per l'assenza di adeguata fondazioni del muro di una chiesa) l'appaltatore ha diritto di ottenere la risoluzione del contratto per inadempimento, la corte territoriale aveva dichiarato la risoluzione per inadempimento del comune, senza considerare che i tempi tecnici per la redazione del progetto di consolidamento della chiesa, opera diversa da quella appaltata, e per l'ottenimento del relativo finanziamento dipendevano da fatti non imputabili alla volontà dell'amministrazione.
Il motivo è infondato. Il D.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063, art. 30, disciplina, nel comma 1, la sospensione dei lavori appaltati per la sopravvenienza di una forza maggiore temporanea (come è stato accertato dalla corte territoriale, non viene qua in considerazione il secondo comma, che consente la sospensione per ragioni di pubblico interesse o necessità, e il punto non è stato rimesso in discussione). In ragione del predetto carattere, la sospensione non può protrarsi illimitatamente nel tempo, ma è giustificata solo sul presupposto della temporaneità dell'ostacolo, e della prospettiva di una ripresa dei lavori entro un termine ragionevole, che giustifichi la mancata risoluzione per impossibilità sopravvenuta e il sacrificio imposto al privato, al quale non è consentito nello stesso periodo di sciogliersi dal vincolo contrattuale. Il principio appena enunciato è stato già altre volte applicato da questa corte (si veda, tra le altre, Cass. 17 marzo 1982 n. 1728).
Nel caso oggi sottoposto all'esame della corte, il giudice di merito ha ritenuto ingiustificato il protrarsi della sospensione, argomentando dalla circostanza che il comune, avendo abbandonato il proposito di realizzare la perizia di variante suppletiva precedentemente disposta, e avendo in animo di approntare una nuova perizia implicante una spesa eccedente di oltre il quinto quella del progetto precedente (circostanza che implica la facoltà dell'appaltatore, a norma del D.P.R. n. 1063 del 1962, art. 14, di recedere dal contratto oppure dichiarare a quali diverse condizioni sarebbe disposto a proseguire i lavori), aveva reso con il suo comportamento impossibile la ripresa integrale dei lavori. Si tratta di valutazione, basata su accertamenti di fatto non contestati, che non è censurabile in questa sede. Non costituisce valida censura, infatti, quella che si basa sulla non imputabilità all'amministrazione dei tempi di redazione di un progetto per un'opera diversa da quella appaltata, e di ottenimento del relativo finanziamento: circostanze, queste, che depongono piuttosto per il carattere definitivo dell'impedimento alla ripresa dei lavori per la realizzazione del progetto precedente, ormai abbandonato e che si voleva sostituire con un progetto diverso e non ancora definito, da eseguire a condizioni negoziabili; e, con ciò, per l'inapplicabilità della sospensione - o della sua protrazione - a norma del cit. D.P.R. n. 1063 del 1962, art. 30.
Con il secondo motivo di ricorso si denunzia la violazione del D.P.R. 16 luglio 1962, n. 1063, art. 30, comma 3. A norma della citata disposizione, solo laddove l'amministrazione si opponga alla richiesta dell'appaltatore, questi ha diritto alla refusione dei maggiori oneri derivanti dal prolungamento della sospensione: nella fattispecie concreta, l'ente aveva ordinato invece con due ordini di servizio la ripresa dei lavori sospesi. Il rifiuto dell'appaltatore di riprendere i lavori giustificava il provvedimento adottato dalla giunta municipale il 20 luglio 1993, di risoluzione del contratto di appalto.
Il motivo è sostanzialmente assorbito dal rigetto di quello precedente, che moveva dichiaratamente dall'intenzione dell'ente di non realizzare più il progetto così come appaltato, bensì un altro progetto ancora da definire. E', infatti, illegittima la pretesa dell'appaltante, di operare unilateralmente modificazioni del contratto con significative riduzioni del progetto appaltato, e di imporle all'appaltatore (tema che il ricorrente, peraltro, neppure affronta); sicchè legittimamente a quella pretesa si sottrae l'appaltatore, senza che in tal modo possa giustificarsi un capovolgimento delle responsabilità della stazione appaltante. Ne deriva che l'ordine illegittimo di riprendere i lavori con riguardo a quella sola parte ridotta che ancora corrisponde ad un interesse dell'ente, ma sul presupposto che il contratto dovrà essere sostituito da altro di contenuto diverso, non vale a far cessare la sospensione in precedenza disposta; e che il rifiuto di eseguire l'ordine illegittimo, da parte dell'appaltatore, non giustifica il prolungamento della sospensione, che deve essere imputato all'ente committente.
Con il terzo motivo di ricorso si denunzia l'ultrapetizione nella quale sarebbe incorsa la corte territoriale. Come era stato accertato sin dal primo grado di giudizio, la sospensione dei lavori di rifacimento della strada e della piazza era stata imposta dalla "assenza di corrette fondazioni" della Chiesa Madre di (OMISSIS), bene storico e monumentale non facente parte dell'appalto aggiudicato alle imprese riunite, e sul punto si era formato il giudicato. Le imprese riunite, mettendo in mora, l'amministrazione con assegnazione di un termine, e rifiutando poi di riprendere i lavori a seguito degli ordini di servizio della direzione dei lavori, non avevano contestato al comune la mancata adozione di provvedimenti per far cessare in tempi ragionevoli le cause di forza maggiore della sospensione, bensì presunte carenze progettuali relative all'appalto. Erroneamente la corte del merito aveva addebitato all'ente un comportamento omissivo e negligente in relazione a contestazioni diverse da quelle mosse dalle imprese riunite.
Il tema delle ragioni addotte dall'appaltatore a fondamento dell'illegittimità della sospensione denunciata, posta a fondamento della sua richiesta di risoluzione del contratto, non ha rilevanza decisiva nel presente giudizio, essendo a carico dell'amministrazione, in caso di contestazione, l'onere di allegare e provare la ricorrenza in punto di fatto dei presupposti per la sospensione temporanea dei lavori, e dovendosi ritenere piuttosto, in forza del rigetto del primo motivo, positivamente accertato - sulla base della stessa prospettazione dell'ente - il carattere non temporaneo dell'impedimento che avrebbe dovuto giustificare la sospensione.
Con il quarto motivo si censura il mancato rigetto dell'appello incidentale dell'appaltatore, circa la statuizione del tribunale che avrebbe erroneamente rivalutato l'importo corrisposto dal Comune alle imprese riunite: la somma era stata corrisposta quale anticipazione sui lavori che le imprese riunite non eseguirono e "in assenza della controprestazione le dette somme costituivano debito di valuta".
Il motivo è inammissibile, perchè incomprensibile nei termini nei quali è formulato.
In conclusione il ricorso deve essere rigettato. Le spese del giudizio di legittimità sono a carico dell'ente ricorrente, e sono liquidate come in dispositivo.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso, e condanna l'amministrazione al pagamento delle spese del presente giudizio di legittimità, liquidate in complessivi Euro 3.700,00, di cui Euro 3.500,00 per onorari, oltre alle spese generali e agli accessori come per legge.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Prima della Corte Suprema di Cassazione, il 17 aprile 2009.



 
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